Impressioni (in ordine sparso) di settembre, parte 1

Non è facile parlare a posteriori di un viaggio, soprattutto se non si è tenuto un diario che sia almeno un po’ preciso. Ero partito per l’Irlanda e la Scozia armato delle migliori intenzioni con un Moleskine a righe di formato grande praticamente nuovo, su cui avevo anche segnato tutti gli indirizzi utili per caricare le foto che avrei fatto con la macchina digitale che mi avevano prestato e postarle in anteprima. Ma il viaggio faticoso, un buon libro (L’enigma dei numeri primi di Marcus du Sautoy, a cui più avanti dedicherò un post) e, forse, la voglia di staccare la testa dalla scrittura, non solo quella del blog, per un po’ hanno fatto in modo che il Moleskine di cui sopra rimanesse quasi sempre chiuso. L’unica cosa che ho scritto per il blog (oltre al post precedente, assolutamente improvvisato) è questa che segue. È incompleta e da rivedere, ma la pubblico così com’è.

25/8, Inishmòr, Aran Islands

Welcome home. L’irlanda ci ha accolti a modo suo: poco sole e tanto calore. Dove mi trovo ora, in cima al forte di Dun Aengus a Inishmòr riesco a vedere l’oceano spazzato dal vento che si infrange sulle scogliere, e mi sento a casa mia.
Anche quando sono venuto qui la prima volta è stato così, ma stavolta la sensazione è ancora più forte. Forse perché già conosco l’atmosfera che si respira, forse perché questa volta sto visitando dei luoghi un po’ più isolati, in cui sembra che il tempo si sia fermato, ma, per molti versi, ho quasi la sensazione di non essere in vacanza. Lo spettacolo che la natura offre da queste parti è incredibile: maestose scogliere a picco sul mare, laghi e passi montani che sembrano usciti da Tolkien, un cielo che cambia in continuazione (spesso tra le infinite varietà di nuvole) e un paesaggio che si snoda tra dolci colline verdi (anche qui con infinite sfumature) coperte da una fittissima rete di bassi muretti di riccia, che delimitano appezzamenti di terreno.

Questo è tutto ciò che è passato dalla penna alla carta, ma molto, molto altro è rimasto dentro e merita di essere raccontato, e cercherò di farlo in questo post e negli altri dedicati a questo viaggio. Spero di riuscire a pubblicare anche alcune delle foto che ho scattato, ma farlo con il template attuale significherebbe massacrare l’impaginazione (anche con immagini di piccole dimensioni). Nei prossimi giorni cercherò di risolvere il problema aggiustando qualcosa, e modificando leggermente il tutto.
Le righe precedenti dovevano proseguire parlando del fatto che gli irlandesi che vivono sulla costa atlantica, e poi anche quelli del Nord sono gentilissimi, tanto da mettere in imbarazzo un turista abituato a convivere con gli italiani. Tanto per fare un esempio avvenuto qualche giorno dopo aver scritto le parole precedenti: sabato pomeriggio, dopo l’orario di chiusura dei negozi a Derry (o Londonderry, decidete voi) scopriamo che l’ostello dove volevamo passare la notte non esiste più (uno dei pochi errori della nostra fida Lonely Planet), così fermiamo un passante per chiedere informazioni. La persona con cui parliamo non ci sa dare indicazioni precise (anche se poi ci offre di passare la notte in un appartamento di cui ha le chiavi, offerta che rifiutiamo), ma due signore che stavano passando ne sanno di più e praticamente ci scortano per un buon pezzo di strada. Mi ha colpito che la gente di un posto che ha avuto tutti i problemi che ha avuto riesca a essere comunque così aperta e disponibile.

A Derry l’aria è strana, diversa da quella che si respira in Eire: sarà che siamo arrivati di sabato pomeriggio (quando tutti i negozi sono chiusi) con poca gente per le strade, saranno i ricordi delle poche notizie note, rinfrescate dalla guida, saranno i gruppi di ragazzi ai bordi delle strade di Bogside (il principale quartiere cattolico della città, dove si svolsero gli eventi della Bloody Sunday), ma l’impressione che ho ricavato dalle poche ore passate in città è che le ferite dei troubles (un understatement decisamente inglese) non siano ancora del tutto rimarginate, nonostante gli accordi di pace. I murales che decorano le case di Bogside sono belli e terribili allo stesso tempo, di una crudezza difficile da descrivere a parole, che spero riesca a trasparire nelle foto che ho fatto, e che raccontano in maniera anche poetica quegli anni. A ripensarci ora, alcune delle scene potrebbero raffigurare i giorni di Genova del 2001, solo per fare un esempio. La scritta You are now entering Free Derry all’entrata di Bogside si può leggere sia come atto di sfida verso l’autorità inglese, ma (mi piace pensarlo) anche come speranza per un futuro di pace e di libertà per un paese che ne aveva bisogno qualche anno fa, e per un mondo che ne ha bisogno oggi forse anche più di ieri.

AGGIORNAMENTO: come potete vedere ho risolto i problemi di impaginazione. Spero che le foto e le immagini che pubblicherò vi piacciano.

continua…

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